LA “RECHERCHE HUMAINE ” DI GILBERT KRUFT

di Matelda Buscaroli

Con-fine, trimestrale di arte & cultura, dicembre 2007, anno 2 numero 8, p.24-26

Un artista che  indaga la componente spirituale dell’uomo

C’è un artista che da più di trent’anni indaga la componente spirituale dell’uomo, il suo porsi nei confronti di se stesso prima che nei confronti della società. Potrebbe essere definito un artista “classico-moderno” indicando con questi termini due concetti complementari, ma fra loro diversi.

Il primo termine indica il suo retaggio culturale, legato ad un’idea di arte che per essere veramente comunicativa deve sedurre prima i sensi dell’intelletto e deve pertanto essere esteticamente armonica ed elegante, tecnicamente ineccepibile e formalmente pura e sintetica. Nello stesso tempo il nostro artista, Gilbert Kruft, di professione scultore, ha una sensibilità assolutamente moderna: sa che uno dei maggiori limiti dell’uomo contemporaneo è la mancanza di conoscenza di sé, è la propria incapacità di fermarsi a riflettere sul senso, più che delle proprie azioni, della propria esistenza. Non è un caso che una delle frasi che, durante la sua lunga carriera di artista e di poliedrico ed eclettico studioso, l’ha maggiormente colpito è quella del filosofo tedesco Ernst Cassirer (1874-1945) quando dice:

«In nessuna epoca l‘uomo è diventato così problematico con se stesso come nel tempo odierno»

«In nessuna epoca l‘uomo è diventato così problematico con se stesso come nel tempo odierno»

Quale ambizione più grande, per uno scultore sensibile e dotato come il nostro, di svelare, attraverso le sue opere, l’uomo all’uomo e di contribuire così alla sua crescita morale e spirituale.

Nello stesso tempo la modernità di Kruft sta, quasi paradossalmente, nella sua precisa volontà di distaccarsi da quelle forme artistiche contemporanee che privilegiano eventi mediatici rapidi ed intensi, caratterizzati da una veloce ‘consumazione’ dell’opera d’arte e da un continuo ricambio di artisti e performance. Attraverso il suo lavoro il nostro artista recupera il concetto – ormai quasi perduto nella società attuale – dell’accezione primigenia di ‘tempo’, definito nel Timeo di Platone, come immagine mobile dell’eternità, nel quale il passato ed il futuro trovano il loro punto di congiunzione e la loro autentica dimensione nel presente.

Le sue opere sono il risultato di mesi di riflessioni, di settimane di lavoro, di ore di attesa prima di vedere il risultato.

Sono il distillato di un’intuizione creativa che solo l’abilità e la pazienza dell’artista ha permesso di portare alla luce in forma visibile, sono il “tempo dell’arte”, luogo mentale dell’anima umana in cui effimero ed eterno si congiungono.

Non è certamente un caso, a questo proposito, che l’artista realizzi sculture prevalentemente in bronzo, lega tanto antica quanto ricca di suggestioni emotive che rimandano, non solo alla grande ed illustre tradizione dell’originaria statuaria greca, ma anche al concetto di ‘durata’: sono opere realizzate nel tempo per rimanervi in eterno. Il bronzo, inoltre, non perdona: se la tecnica dell’artista non è perfetta, ne mostra i difetti e le imperfezioni.

Ad Amburgo è allievo dello scultore Eduardo Paolozzi

Allievo ad Amburgo del celebre scultore britannico Eduardo Paolozzi

Allievo ad Amburgo del celebre scultore britannico Eduardo Paolozzi (1924-2005), Gilbert Kruft (Colonia, 1939) sperimenta inizialmente creazioni di gusto pop e dadaista, ma comprende ben presto che il readymade – il recupero casuale e l’assemblaggio di oggetti già fatti – è troppo limitante per la propria creatività: la mente può, in piena autonomia, fare meglio e di più. Viaggia molto – soprattutto in Francia e in Svizzera – e finalmente si ferma in Italia, dove risiede dagli anni Settanta.

Qui comprende la potenza e la sintesi comunicativa sottese alla tipica ‘gestualità’ nazionale e trova finalmente la formula giusta per rendere visibili le riflessioni sulla recherche humaine che hanno caratterizzato – oserei dire, da sempre – il suo lavoro. Decide, infatti, di realizzare sculture composte unicamente da due sole parti del corpo: braccia e gambe, la sintesi suprema dell’espressività umana nella sua accezione più vasta. Il volto, infatti, risulta spesso eccessivamente condizionante nell’economia dell’espressione artistica in quanto limita la capacità del singolo di identificarsi e proiettarsi nell’opera. Il tronco, inoltre, è decisamente ingombrante: la colonna vertebrale – come aveva già ben mostrato Paul Cézanne (1839-1906) – è difficilmente ‘domabile’ alla volontà dell’artista e rischia di vanificare la potenzialità espressiva dei gesti.

La sua  produzione scultorea comprende un’ottantina di opere ed è rigorosamente suddivisa in quattro cicli 

La sua ricca e notevole produzione scultorea comprende ormai quasi un’ottantina di opere

e – a detta dello stesso artista, ma non poniamo limiti alla sua creatività – si è conclusa proprio quest’anno con un suo pregevole autoritratto.

E’ rigorosamente suddivisa in quattro cicli che se si ispirano, almeno inizialmente, alle personali diverse vicissitudini biografiche, mostrano, d’altro canto, la sua costante crescita interiore. La recherche humaine, il Nuovo canto degli dei, le Sette lettere dell’Erotica e l’Epilogo costituiscono, infatti, la realizzazione visiva di concetti, intuizioni, simboli e riflessioni che altrimenti sarebbero rimasti confinati nella mente dell’artista, o peggio, nell’inconscio di ogni singolo individuo.

( Ndr: A queste si aggiungerà La Conclusione, successivo e capitolo definitivo, ora in gesso, che attende la fusione in bronzo.)

Una delle numerosissime doti, infatti, di Kruft è proprio l’irresistibile capacità comunicativa che trasmette alle sue sculture. Distaccandosi dalle ultime tendenze ermetiche che concepiscono l’arte come un hortus conclusus riservato a pochi eletti, lo scultore seduce, attira, ammalia, grazie all’eleganza ed all’armonia insita nelle sue opere, lo sguardo dell’osservatore per poi costringerlo a rapportarsi con l’opera, a riflettere, a piegarsi su se stesso ed a nutrire la propria anima di consapevolezza di sé.

Vorrei soffermarmi in particolare su alcune opere dei due cicli relativi alla Recherche humaine e all’Epilogo per mostrare quanto Kruft, novello Dante perso nelle contraddizioni e nei fallimenti dell’uomo contemporaneo, abbia presto compreso la difficoltà e l’importanza che ha per l’uomo l’indagine su se stesso. Ogni scultura, infatti, è il risultato di un’accanita e contraddittoria lotta interiore durante la quale lo scultore ha messo in campo da un lato il proprio vissuto, la fragilità umana e dall’altro la propria intelligenza, razionalità e capacità di sintesi.

Recherche humaine – il Visto;  il Vissuto;  il Meditato

La Recherche Humaine: il Visto, il Vissuto, il Meditato

Nella Recherche humaine  – suddivisa in tre  fasi: l’esterno o il Visto; l’interno o il Vissuto; la riflessione o il Meditato

fra le opere del primo gruppo l’artista pone L’uomo senza qualità: un volto umano suddiviso nettamente in due parti, o meglio dilaniato dalle sue due anime, quella spirituale, eterea, sublime, capace di avvicinarlo alle più alte speculazioni divine e quella gretta, calcolatrice, meschina, legata al possesso ed al denaro, incapace di staccarsi dalla visione consumistica dell’esistenza. Al secondo gruppo – il vissuto – appartengono, inoltre, altre due magnifiche sculture complementari perché fra loro opposte. L’incomunicabilità, un groviglio di braccia e gambe che arrivano a costituire uno stretto nodo gordiano: sintesi dell’incapacità dell’uomo di comunicare con se stesso proprio a causa di se stesso, come se il fluire del proprio pensiero fosse ostruito dal proprio stesso egocentrismo. E infine l’ambizione suprema, La comunicabilità: un anello immaginario costituito da due braccia – le due parti, razionale ed emotiva, della nostra essenza – le cui dita della mano tendono a toccarsi: ognuna mantiene la propria identità, ma nessuna è in grado, senza l’altra, di raggiungere la perfezione, il cerchio, appunto, creato da e attraverso esse.

Difficilissima la scelta di un’opera esemplificativa della terza fase della Recherche humaine, quella sul meditato: dalla prima visione limpida, chiara – e proprio per questo agghiacciante – della Fine del Rinascimento, opera in cui un cranio umano progressivamente, come un fiore – il ‘fiore’ della nostra stessa identità! – appassisce per essere sostituito da un microchip, si passa, attraverso riflessioni tanto intense quanto illuminanti  sul silenzio, la morte e l’irrazionalità o il sonno, ad una visione più positiva delle potenzialità umane: La coscienza. Rappresenta, in sintesi, il ‘luogo’ mentale in cui le due anime dell’essere umano, quella razionale ed emotiva, finalmente trovano un loro equilibrio esistenziale pur rimanendo separate l’una dall’altra. Anche se potrebbe sembrare che Kruft, in questo primo ciclo di opere, abbia sviscerato ed analizzato importanti argomenti relativi all’uomo ed alla sua identità,

 Epilogo: le 3 forme de Respiro, le 3 forme dell’Ego, le 3 forme di Identità

la ricerca riprende con il ciclo intitolato Epilogo

L’artista, ormai sessantenne, ha ancora molte cose da comunicare e soprattutto vuole fare il punto delle sue riflessioni, vuole mostrare, in un rapporto quasi simbiotico con l’osservatore, l’invisibile che ancora si cela nell’animo umano. Come un sapiente artigiano che intaglia un diamante per rendere visibile, attraverso le sue sfaccettature, la brillantezza insita già all’interno della pietra, così il nostro scultore porta a livello visito – e quindi di coscienza – le altre facce della nostra interiorità. Anche questo ciclo di opere è suddiviso in tre gruppi, i cui soli titoli danno già l’idea del livello eccelso raggiunto dalle meditazioni di Kruft: Le tre forme del respiro umano (Euforia, Depressione ed Equilibrio interiore); Le tre forme dell’Ego umano (Egoismo, Egocentrismo ed Altruismo) e Le forme dell’Identità (Religiosità, Identità e Crisi dell’Identità).

Di particolare interesse, fra le altre, sono le due sculture legate all’identità. In modo tanto semplice quanto  efficace Kruft mostra, nella Crisi dell’Identità, la frattura che l’uomo contemporaneo ha dentro di sé: dallo stesso basamento partono due gambe una delle quali devia dalla sua postura originale e finisce per reggere, fra le dita, il simulacro esteriore della propria anima: un frammento di volto che contempla impotente la parte di sé che, pur sviluppandosi ortogonalmente verso l’alto, non riesce, proprio perché incompleta, ad evolversi ulteriormente. D’altra parte, tuttavia, con l’Identità, l’artista ci mostra l’obiettivo cui l’uomo deve tendere, la strada che può percorrere: il perfetto equilibrio fra le parti, fra le anime dell’uomo e fra l’uomo e il mondo intero.

Un bipolarismo armonico (il soggettivo-emozionale e l’oggettivo-razionale) che per essere recuperato esige il superamento di tutti gli eccessi individualistici che caratterizzano l’uomo contemporaneo. Una percorso difficile, ma non impossibile.